Oltre il Profitto: l’impegno delle imprese per i Diritti Umani

Oggi il ruolo delle imprese nella tutela dei diritti umani è fondamentale.

La pressione dei consumatori, della società civile e degli investitori e i rischi legali fanno sì che le considerazioni etiche influenzino ogni decisione aziendale.

La responsabilità aziendale si estende oltre le operazioni dirette e include fornitori, mercati, comportamenti dei dipendenti e gli impatti sulle comunità. Tutte queste aree devono essere considerate nella valutazione della responsabilità.

Tra gli esempi più significativi vi è il Global Compact delle Nazioni Unite, lanciato nel 2000 con 44 aziende fondatrici e oggi esteso a oltre 12.000 firmatari, che definisce dieci principi relativi ai diritti umani, al lavoro, all’ambiente e alla lotta alla corruzione, diventando un riferimento globale per la condotta aziendale responsabile.

I Principi guida ONU per le imprese e i diritti umani (UNGPs), approvati nel 2011, hanno costituito uno standard globale. Questo serve a prevenire e gestire gli effetti negativi delle attività aziendali sui diritti umani. Si fonda su tre pilastri: l’obbligo dei governi di salvaguardare i diritti, la responsabilità delle aziende di non violarli e la possibilità per le vittime di ottenere giustizia.

Sia gli UNGPs sia il Patto Globale delle Nazioni Unite (UNGC) sono strumenti volontari che imputano alle imprese responsabilità etiche, non obblighi legali. Tuttavia, hanno influenzato le legislazioni nazionali e gli approcci regolatori, dimostrando che anche gli strumenti volontari possono guidare cambiamenti normativi concreti.

Gli sforzi per introdurre norme obbligatorie proseguono: nel 2023, un gruppo di lavoro sostenuto dal Consiglio per i diritti umani ha pubblicato una bozza aggiornata di uno strumento internazionale vincolante per le imprese, che, se adottato, obbligherebbe gli Stati firmatari a integrare i principi nei propri sistemi legislativi.

Il quadro internazionale sui diritti umani e le imprese va oltre le sole Nazioni Unite. Organismi come l’OCSE hanno elaborato linee guida, sia vincolanti sia volontarie, per gestire i rischi, in particolare nei settori ad alto impatto, come l’estrazione e il commercio di minerali provenienti da aree a rischio.

Dal 2011 queste linee guida sono state aggiornate più volte e sono ora riferimenti chiave per la due diligence aziendale, i meccanismi di reclamo e la gestione del rischio legale.

A livello regionale, l’Unione Europea ha rafforzato la regolamentazione con la Direttiva sulla rendicontazione di sostenibilità aziendale (CSRD, 2023). Questa impone alle imprese, sia europee sia extra-UE con attività significative nell’UE, di comunicare dettagli qualitativi e quantitativi sugli impatti ambientali, sociali e sui diritti umani.

In parallelo, l’UE sta attuando gradualmente una direttiva. Questa obbliga le aziende a esercitare una vigilanza effettiva per identificare, prevenire e mitigare gli effetti negativi delle loro attività e delle catene di fornitura sui diritti umani e sull’ambiente.

Nonostante discussioni e ritardi, la normativa mostra una crescente richiesta di una responsabilizzazione aziendale concreta nei confronti dei diritti umani.

Anche diversi Stati hanno adottato normative simili. In Germania, dal 2023 alcune grandi imprese devono garantire la due diligence lungo la propria filiera. In Francia, la legge sul dovere di vigilanza obbliga le aziende a sviluppare piani per prevenire rischi relativi ai diritti umani e all’ambiente. Sono già iniziate cause legali contro società multinazionali. Negli Stati Uniti, le leggi federali e statali richiedono alle imprese di dimostrare l’assenza di lavoro forzato.

Una delle principali criticità è la difficoltà a trasformare la responsabilità formale in responsabilità effettiva, con il rischio che le norme si riducano a un mero adempimento burocratico.

L’onere della prova è cruciale, soprattutto a causa dell’asimmetria tra le parti. Senza strumenti concreti di applicazione, i regimi rischiano di diventare meri formalismi burocratici.

Recenti iniziative legislative mirano a superare questi limiti, rafforzando la responsabilità e le regole probatorie.

Nel Regno Unito si osserva un’espansione della responsabilità legale delle società per violazioni dei diritti umani commesse da filiali o lungo catene di fornitura estere.

Nel Regno Unito aumenta la responsabilità legale delle società per violazioni dei diritti umani commesse da filiali o lungo catene di fornitura estere. I tribunali inglesi sono sempre più disponibili a gestire controversie transfrontaliere complesse, valutando le strutture aziendali, le politiche interne e il controllo operativo.

La normativa si sta evolvendo e ora impone alle imprese il dovere di rispondere della condotta delle società madri, delle catene di fornitura e della tutela dei diritti ambientali. Le aziende devono gestire i cambiamenti climatici, tutelare la biodiversità e prevenire il greenwashing.

L’espansione delle azioni collettive e dei sistemi di finanziamento del contenzioso ha reso più facile per i ricorrenti ottenere risarcimenti per violazioni dei diritti umani su larga scala da parte delle imprese.

Inghilterra, Galles e Paesi Bassi si sono affermati come giurisdizioni di riferimento, con tribunali e procedure adeguati a supportare tali azioni, mantenendo equilibrio e proporzionalità.

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